All'unico refugio de le Muse
l'illustrissimo
Signor di Mauvissier, Concressalto e di Ionvilla,
Cavalier de l'ordine del Re Cristianissimo e Conseglier
nel suo privato Conseglio, Capitano di 50 uomini d'arme,
Governator e Capitano di S. Desiderio ed Ambasciator
alla Serenissima Regina d'Inghilterra.
L'universale intenzione è dechiarata nel proemio.
1584
Se dal cinico dente sei trafitto,
lamentati di te, barbaro perro;
ch'invan mi mostri il tuo baston e ferro,
se non ti guardi da farmi despitto.
Perché col torto mi venesti a dritto,
però tua pelle straccio, e ti disserro:
e s'indi accade ch'il mio corpo atterro,
tuo vituperio è nel diamante scritto.
Non andar nudo a tôrre a l'api il mele;
non morder, se non sai s'è pietra o pane;
non gir discalzo a seminar le spine.
Non spreggiar, mosca, d'aragne le tele;
se sorce sei, non seguitar le rane;
fuggi le volpi, o sangue di galline.
E credi a l'Evangelo,
che dice di buon zelo:
dal nostro campo miete penitenza
chi vi gettò d'errori la semenza.
Or eccovi, Signor, presente, non un convito nettareo de l'Altitoante, per una maestà; non un protoplastico, per una umana desolazione; non quel d'Assuero, per un misterio; non di Lucullo, per una ricchezza; non di Licaone, per un sacrilegio; non di Tieste, per una tragedia; non di Tantalo, per un supplicio; non di Platone, per una filosofia; non di Diogene, per una miseria; non de le sanguisughe, per una bagattella; non d'un arciprete di Pogliano, per una bernesca; non d'un Bonifacio candelaio, per una comedia; ma un convito sì grande, sì picciolo; sì maestrale, sì disciplinale; sì sacrilego, sì religioso; sì allegro, sì colerico; sì aspro, sì giocondo; sì magro fiorentino, sì grasso bolognese; sì cinico, sì sardanapalesco; sì bagattelliero, sì serioso; sì grave, sì mattacinesco; sì tragico, sì comico; che, certo, credo che non vi sarà poco occasione da dovenir eroico, dismesso; maestro, discepolo; credente, mescredente; gaio, triste; saturnino, gioviale leggiero, ponderoso; canino, liberale; simico, consulare; sofista con Aristotele, filosofo con Pitagora; ridente con Democrito, piangente con Eraclito.
Voglio dire: dopo ch'arrete odorato con i peripatetici, mangiato con i pitagorici, bevuto con stoici, potrete aver ancora da succhiare con quello che, mostrando i denti, avea un riso sì gentile, che con la bocca toccava l'una e l'altra orecchia. Perché, rompendo l'ossa e cavandone le midolla, trovarete cosa da far dissoluto san Colombino, patriarca de gli Gesuati, far impetrar qualsivoglia mercato, smascellar le simie e romper silenzio e qualsivoglia cemiterio.
Mi dimandarete: che simposio, che convito è questo? È una cena. Che cena? De le ceneri. Che vuol dir cena de le ceneri? Fuvi posto forse questo pasto innante? Potrassi forse dir qua: cinerem tamquam panem manducabam? Non, ma è un convito fatto dopo il tramontar del sole, nel primo giorno de la quarantana, detto da' nostri preti dies cinerum, e talvolta giorno del memento. In che versa questo convito, questa cena? Non già in considerar l'animo ed effetti del molto nobile e ben creato sig. Folco Grivello, alla cui onorata stanza si convenne; non circa gli onorati costumi di que' signori civilissimi, che, per esser spettatori ed auditori, vi furono presenti; ma circa un voler veder quantunque può natura in far due fantastiche befane, doi sogni, due ombre e due febbri quartane; del che, mentre si va crivellando il senso istoriale, e poi si gusta e mastica, si tirano a proposito topografie, altre geografice, altre raziocinali, altre morali; speculazioni ancora, altre metafisiche, altre matematiche, altre naturali.